HO UCCISO UN UOMO

   Ieri, io,  A. G.  nei pressi di via Tuscolana, a Roma, ho ucciso un uomo che attraversava la strada.

   Non riesco a crederci ma è successo. Non mi sono proprio accorto né di lui né delle strisce pedonali. Guidavo nervosamente, ero in ritardo e avevo davanti un’auto che andava tremendamente piano, o almeno così mi sembrava. Quando quest’auto ha rallentato ulteriormente, in prossimità dell’attraversamento pedonale, ho scartato sulla sinistra in velocità per sorpassarla e me lo sono trovato davanti. Quando ho cominciato a frenare aveva già urtato con la testa il montante superiore dell’abitacolo e infranto il parabrezza.

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 Dicono che è colpa mia, primo perché era sulle strisce e poi perché  correvo troppo, dai rilievi almeno settanta all’ora, in una strada con limite 30, ma era una velocità che raggiungo normalmente, magari forse quando ho un pochino di fretta in più, e questo, porca miseria, effettivamente succede troppo spesso.  Ma chi non è sempre in ritardo per qualcosa? Non mi era mai successo un incidente così grave e soprattutto io non volevo uccidere nessuno! Ci mancherebbe. Sono un padre come era Carlo, la vittima. Ho saputo che aveva una bimba di pochi anni, io ho un maschio e una femmina già grandicelli ma che hanno sempre bisogno di me ancora in tante occasioni. Mi dicono che mi tocca la galera per la recente approvazione del reato di omicidio stradale. Ma non è giusto!

   Lo Stato e questo sistema di vita compulsivo invitano a correre in tanti modi, quasi mai ti ricordano di quanto l’impazienza alla guida sia pericolosa,  difficilmente mi fermano per strada e se lo fanno è per controllare la regolarità dei  documenti o per verificare se bevo o mi drogo. Figuriamoci, io sono un salutista. La società, gli sport motorisici, i film d’azione, le pubblicità di auto e moto invitano alla velocità, alla competizione, incitano alla frenesia, a non perdere un attimo di tempo, dicono che se resti indietro sei perso, se sei ultimo sei un fallito, nessun messaggio di civiltà, di moderazione, né a scuola, né sui canali istituzionali, e ce ne sarebbero tantissimi da utilizzare, per dire che la fretta sulle strade uccide, per rendermi consapevole del rischio che corro io e che faccio correre agli altri. E ora mi vogliono mettere per anni in galera? Perché ho ucciso senza essere cosciente del pericolo e senza alcuna volontà di uccidere.

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   Mi chiamo A. G.  ieri mi hanno ucciso mentre ero in bici, a Roma, sulla Cassia, vicino all’imbocco del GRA.

   Lo sapevo che era pericoloso pedalare in città, ma dopo tanti anni di esperienza in sella avevo maturato molti  accorgimenti che sicuramente riducevano i rischi  e poi non si può rinunciare ad un diritto come la libertà di movimento perché gli altri sono incivili e non lo rispettano. Per giunta facevo del bene all’ambiente e faceva bene a me. Da quando non avevo più tempo per la palestra andare e tornare dal lavoro in bici era l’unica forma di attività fisica che mi potevo concedere. Quando, per qualche periodo non potevo usare la bicicletta mettevo subito su peso, diventavo facilmente irascibile e anche i valori delle analisi cliniche peggioravano.

   Ieri andavo dritto per la mia strada, alla mia destra cominciava la rampa di accesso al raccordo anulare. La moto proveniva dalla mia stessa carreggiata, sentivo un rombo potente provenire da dietro, raccontano che ha sorpassato sulla sinistra tante auto in velocità e poi ha cercato di prendere la rampa del raccordo tagliando netto verso la sua destra ma ha trovato me sulla traiettoria. L’impatto è stato violentissimo, il mio caschetto non è servito a nulla. Il casco di Marco, il motociclista si chiama così, pare lo abbia disintegrato nell’impatto.  Marco dovrà andare in galera, ma questo non mi ridarà la vita.      Sembra  che il ragazzo, 28 anni, fosse un bravo professionista. Un architetto giovane ma già apprezzato nel suo ambiente, con poche distrazioni. Aveva studiato duramente per la sua laurea, figlio di una famiglia modesta, si era mantenuto gli studi lavorando anche in cantiere. Si concedeva una unica grande passione, quella per i motori. Non si perdeva un moto Gran Premio, e venerava come miti gli eroi delle motociclette. I suoi genitori sono distrutti, dopo tanti sacrifici e finalmente le prime soddisfazioni ora sono piombati nel buio del dolore assoluto.

   L’ultima cosa al mondo che Marco avrebbe voluto era uccidere una persona, ma ha appreso alcuni valori sbagliati, sostenuti, promossi e anzi incentivati da media e opinione pubblica. E le istituzioni dove erano? Centinaia di motociclisti ogni anno si schiantano sulle strade, o vengono investiti o investono altri. Legislatori e tecnici pensavano  che con il casco, le luci delle moto obbligatoriamente sempre accese, i guard rail di sicurezza potevano risolvere il problema e invece hanno perso. A questo gioco sbagliato ho perso io, ha perso Marco, hanno perso la mia e la sua famiglia e tutto lo Stato, sia come istituzione che popolazione.

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   La strada, anche con il reato di omicidio stradale, continuerà ad essere il luogo dove è troppo facile uccidere ed essere uccisi. Larga parte di coloro che  provocano la morte o lesioni con il proprio veicolo non è consapevole di quanto sia pericoloso il proprio atteggiamento di guida e comunque non vorrebbe mai e poi mai fare del male a qualcuno.
Le istituzioni devono fare il primo importante e decisivo passo nel promuovere una cultura della strada che faccia riemergere le menti dallo  stato patologico di coscienza alterata  in cui sprofondano nel momento in cui si mettono al volante, anche senza l’uso di sostanze psicotrope.

A. G. 51 anni, di Roma, percorre circa 5000 km l’anno sia in automobile che in bicicletta. E ancora altrettanti a piedi e con mezzi pubblici, treno compreso. Si occupa di cultura e politiche di sicurezza stradale. Denuncia lo stato di costante e diffuso delirio stradale tra utenti più o meno consapevoli di essere potenziali omicidi. Considerato il mancato rispetto nei suoi confronti, sia come ciclista costantemente in pericolo che come automobilista disciplinato e per questo spesso aggredito e mal tollerato è molto preoccupato per la propria e altrui incolumità sulle strade.

 Spera vivamente  che superata la questione del reato di omicidio stradale tutte le forze e le volontà  più attive si concentrino sugli interventi fondamentali di cultura della strada, controllo, moderazione e riduzione del traffico che ancora tragicamente latitano nel nostro attuale incivile modello di mobilità.

Le vicende narrate in questo post sono frutto di fantasia ma ispirate a eventi e persone reali. La  prima con  protagonista un personaggio dello spettacolo che ha investito e gravemente ferito un uomo sulle strisce pedonali in via della Camilluccia, a Roma, e la seconda un carabiniere che, in moto, ha travolto e ucciso un ciclista in via Casilina, sempre a Roma.

Rete #Vivinstrada

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